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Abolendo il valore legale, resteranno solo i predestinati.
26 gennaio 2012
Idee fallite!
Abolire una cosa che non esiste è complicato, parlarne è utile a portare acqua al mulino delle idee fallite. Quel mulino che per l’università ha due pilastri. Il primo, l’autonomia competitiva tra università per accaparrarsi iscritti, finanziamenti e docenti - Atenei di serie a e di serie b, i primi da Roma verso nord, gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili. L’altro fondamento teorico è quello di uno Stato in ritirata permanente dalla responsabilità di offrire alla società un sistema di formazione superiore regolato. In tutti i paesi dell’Unione e come ha raccomandato il Consiglio europeo nel 2007, le università non si possono aprire come qualunque attività imprenditoriale e le autorità scolastiche certificano gli effetti giuridici generati dal conferimento di un titolo. In alcuni stati Usa esistono i diploma mills, in italiano diplomifici. O università telematiche, cresciute come funghi tra Gelmini e Moratti. Lo Stato deve fare di più, certamente, ma la favola del mercato che da solo regola le ingiustizie e le storture è una cosa che non raccontano più neanche a Wall Street.
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La discussione stantìa che si è riattivata attorno al valore legale del titolo di studio sembra rientrare in una strategia precisa, e molto attuale. Dalla formazione del governo Monti infatti, gli "intellettuali della responsabilità" lanciano proposte come bombe carta nell’agorà del dibattito, valutandone quindi gli effetti e l’opportunità di proseguire.
Anche l’abolizione del valore legale del titolo rientra nel paradosso, notato da Carlo Galli, di un governo istituzione relativamente universale, mentre il parlamento è rappresentanza di una frammentazione sociale e civile. In quest'ambito di rappresentazioni universali di idee (necessariamente) particolari fermentano le iniziative dei Giavazzi e colleghi, idee di destra dette da uomini "di sinistra". Come negli anni '90.
Il problema in Italia non è il valore legale del titolo. E' la percentuale bassissima dei laureati - venti per cento - e altissima della disoccupazione giovanile - quaranta per cento. Qui, e non nelle chiacchiere sui "titoli", bisogna darsi da fare.
L'oggetto vero della discussione - ha scritto la Rete 29 Aprile per le audizioni in VII commissione cultura del Senato - non è l’abolizione del titolo ma il sistema di accreditamento degli atenei e la differenziazione dei titoli. C’è già chi - come Manzini, su lavoce.info - vorrebbe di affidare il "ranking" degli atenei ad agenzie straniere.
Il ruolo di garanzia e di verifica dello Stato va migliorato, non eliminato. Vanno raccolte le direttive europee riguardanti il Diploma Supplement, riportando in allegato al diploma di laurea i dati del proprio specifico percorso di studi. Sull’accesso alla pubblica amministarzione, vale la proposta PD di Meloni: la preparazione individuale si verifica nelle prove dei concorsi.
Potremmo finire qui, ma il tormentone sul valore legale non va respinto solo perché ideologico (e quanto!), ma perché tra i fumi del dibattito si nasconde il pericolo, niente affatto ideale ma molto concreto, di dire una volta per sempre che il posto in cui studi e il conto in banca dei genitori è più importante di qualunque altra cosa.
Questa si è una cosa classista. Da sfigati, direbbe il viceministro.
Federico Nastasi
Portavoce RUN - Rete Universitaria Nazionale